{"id":476,"date":"2022-06-10T22:30:25","date_gmt":"2022-06-10T20:30:25","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pandoraceramiste.it\/?post_type=magazine&#038;p=476"},"modified":"2022-06-27T08:39:36","modified_gmt":"2022-06-27T06:39:36","slug":"la-venere-di-dolni-vestonice","status":"publish","type":"magazine","link":"https:\/\/www.pandoraceramiste.it\/en\/magazine\/matres-0\/la-venere-di-dolni-vestonice\/","title":{"rendered":"THE VENUS OF Doln\u00ed Vestonice"},"content":{"rendered":"\n<p>Nel luglio del 2019 sono stata invitata a tenere delle lezioni di chimica dei materiali ceramici presso la Prima Scuola Internazionale di Scienze Applicate ai Beni Culturali (ISSACH) in Egitto. La scuola, organizzata dall\u2019Universit\u00e0 degli Studi Catania (Italia) in collaborazione con la Ain Shams University (Egitto), si \u00e8 svolta presso il Centro Culturale Copto Ortodosso al Cairo (CCOC). Rivolta a studenti, restauratori e ricercatori universitari, la scuola&nbsp; ha avuto come obiettivo la formazione scientifica multidisciplinare sulle pi\u00f9 avanzate e attuali tecniche di conservazione, diagnostica&nbsp; e restauro dei beni culturali, di figure professionali che operano in istituzioni Egiziane pubbliche e private quali musei, archivi, biblioteche e siti archeologici. Mentre preparavo il mio intervento, che spaziava dai materiali ceramici alle tecniche antiche e moderne, ho cercato di unire le mie due anime di chimico e di ceramista, affrontando le problematiche non solo da un punto di vista puramente scientifico ma anche secondo un approccio pratico di chi la materia ceramica, le terre, gli smalti, le cotture le sperimenta praticamente sporcandosi le mani. Il primo quesito che mi sono posta \u00e8 stato quale fosse il pi\u00f9 antico reperto ceramico mai rinvenuto, la tecnica utilizzata per realizzarlo, la funzione del manufatto, la presenza o meno di decori, il processo di cottura. Con mia grande sorpresa ho scoperto che non si trattava di oggetti funzionali ossia contenitori ad uso puramente pratico come ritenuto fino ai primi anni del \u2018900, ma di oggetti di uso rituale.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il Sito di Doln\u00ed V\u011bstonice<br><\/strong>Il 13 luglio del 1925, durante una campagna di scavi&nbsp; condotta dal Museo della Moravia e diretti dal Professor Karel Absolon nel sito paleolitico di Doln\u00ed V\u011bstonice (repubblica Ceca) ( vedi figura 1), viene rinvenuta tra le migliaia di frammenti e figurine zoomorfe, una scultura di appena 11,5 cm di altezza che seguiva per fattezze e morfologia le caratteristiche delle \u201cveneri steatopigie\u201d<sup>[1]<\/sup>.&nbsp; Tali sculture risultano essere le pi\u00f9 antiche rappresentazioni della figura umana femminile&nbsp; strettamente correlate a riti della fertilit\u00e0 e al culto della Dea Madre, sono tipiche del periodo paleolitico superiore e sono state rinvenute in numerosi siti in tutto il mondo e realizzate normalmente in materiale lapideo o in osso<sup>[2]<\/sup>. A differenza delle altrettanto famose colleghe, la nostra piccola scultura, nota in tutto il mondo come Venere di Doln\u00ed V\u011bstonice, ha una caratteristica che la rende straordinaria, risulta essere infatti il primo reperto ceramico finora conosciuto e per tale ragione \u00e8 unica nel suo genere. La datazione la fa risalire alla Cultura Gravettiana del Paleolitico superiore (27000-24000 a.C.). La scoperta di tale reperto assieme a numerosissimi altri nel sito paleolitico di Doln\u00ed V\u011bstonice ha permesso di retrodatare l\u2019invenzione della tecnologia ceramica di circa 14.000 anni rispetto ai frammenti di vasi rinvenuti nella Cava dello Xianren Dong in Cina<sup>[3]<\/sup>.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Materiali e tecnica di realizzazione<br><\/strong>In seguito ai risultati delle prime analisi chimiche eseguite sui reperti del sito di Doln\u00ed V\u011bstonice negli anni 1920\u2019, Karel Absolon<sup>[4]<\/sup> (1877\u20131960), figura di rilievo nello studio dei siti paleolitici della Moravia, ipotizz\u00f2, vista l\u2019apparente assenza di allumina e potassa nella matrice delle figurine, che queste fossero state plasmate da una pasta ottenuta mescolando grasso di mammuth, frammenti di ossa, cenere di ossa e loess. Solo nel 1954 Klima<sup>[5]<\/sup>, sulla base di nuove analisi chimiche quantitative dimostr\u00f2 la presenza di allumina nelle figurine di animali rinvenute nello stesso sito,&nbsp; supportando la teoria che questi reperti fossero stati ottenuti da materiale sottoposto a cottura e quindi potessero essere considerate \u201cterrecotte\u201d .<br>A conferma di tale ipotesi, nel 1989 Pamela Vandiver<sup>[6]<\/sup> e i suoi collaboratori pubblicano sulla prestigiosa rivista Science i risultati&nbsp; delle analisi ottenuti su numerosi altri campioni, stabilendo che il materiale di partenza per la realizzazione di tali straordinari manufatti fosse loess locale, grazie alla comparazione della composizione, alla caratteristiche microstrutturali e alle fasi cristalline presenti sia nel suolo che nei reperti.&nbsp; Il loess dal&nbsp;tedesco L\u00f6ss&nbsp;[l\u0153s] \u00e8 un sedimento di natura eolica dalla granulometria molto fine ed omogenea. Il materiale \u00e8 generalmente poroso e friabile e poco stratificato. Contiene circa il 20 % di argilla e la restante parte \u00e8 costituita da sabbia (di natura silicea, SiO2) e terriccio debolmente cementate da carbonato di calcio (CaCO3 ) ed \u00e8 di colore giallastro per la presenza di idrossido di ferro. L\u2019analisi di diffrazione a raggi X (X-ray Diffraction) effettuata su 3 campioni di loess locale e su 20 frammenti di figurine, confermava la presenza di quarzo (SiO2), illite, clorite, dolomite e anortite in proporzioni simili in entrambe le tipologie di campioni, con eccezione della calcite pi\u00f9 abbondante nei campioni di loess. L\u2019apatite, ossia il fosfato di calcio Ca5(PO4)3, la cui presenza sarebbe stata indizio certo dell\u2019uso di polvere d\u2019ossa, non fu ritrovata, escludendo i frammenti d\u2019ossa dalla originaria composizione proposta.<br>Le analisi chimico fisiche su reperti archeologici non rispondono solo a quesiti come il tipo di materiale usato e la sua provenienza ma anche a domande relative alla tecnica e alla sequenza di realizzazione del manufatto. Un\u2019analisi microscopica della porosit\u00e0 (ossia del rapporto tra i pori e il volume totale del materiale) ha per esempio dimostrato una riduzione dei pori di circa il 50% nella scultura rispetto al loess (materiale grezzo di partenza).&nbsp; Tale dato \u00e8 significativo per comprendere se la Venere in questione sia stata ottenuta da un blocco di loess scolpito (tecnica sottrattiva) o da una pasta di loess resa plastica per aggiunta d\u2019acqua e modellata a mano (tecnica additiva) con aggiunta successiva di pezzi al corpo principale e di dettagli. Due campioni di loess lavorati mediante le due tecniche, sottoposti a cottura, hanno confermato l\u2019ipotesi che la statuina sia stata ottenuta da un impasto di loess ed acqua modellato a mano e di aggiunte successive della testa e degli arti modellati separatamente. La grande porosit\u00e0 del loess infatti rende il materiale tal quale, sottoposto a cottura, estremamente fragile, viceversa, l\u2019ottenimento di un impasto con acqua e la successiva modellazione inducono una riduzione dei pori, rendono il materiale pi\u00f9 compatto e permettono la diffusione dei sali solubili (ossidi alcalini fondenti) all\u2019interno della pasta modellabile, favorendo la ceramizzazione in fase di cottura. L\u2019analisi della porosit\u00e0 superficiale ha inoltre evidenziato la lavorazione fine della superficie mediante l\u2019uso di utensili per levigarla e sigillarla. Non sono state rilevate tracce di pigmenti e decori oltre ai segni incisi per sottolineare i dettagli.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La cottura<br><\/strong>Durante il processo di cottura di un materiale contenente argille, silicati, ossidi e impurezze di varia natura, \u00e8 possibile osservare una serie di reazioni chimiche irreversibili che portano alla scomparsa di alcune fasi cristalline e alla formazione di nuove fasi a determinate temperature. La presenza e\/o l\u2019assenza di queste fasi cristalline \u00e8 un ottimo indizio per la determinazione del range di temperature alle quali \u00e8 stata effettuata la cottura di un pezzo. In generale si procede alla cottura del materiale di partenza (in questo caso il loess locale impastato con acqua) e all\u2019analisi XRD (a raggi X) per incrementi successivi di temperatura di 100\u00b0 C.&nbsp;<br>I diffrattogrammi cos\u00ec ottenuti vengono paragonati al campione archeologico in esame fin quando la temperatura di cottura raggiunta porta alla formazione delle stesse fasi cristalline presenti nel manufatto oggetto di studio. Dalle analisi effettuate \u00e8 stato dimostrato che le temperature raggiunte durante la cottura dei manufatti erano comprese tra i 500\u00b0C e gli 800\u00b0C, inoltre la particolare composizione del loess locale, in cui la quantit\u00e0 di argilla \u00e8 relativamente bassa, la presenza dell\u2019ossido di fosforo P2O5 ( 0.6%) si \u00e8 dimostrato avere un effetto sinergico con gli altri ossidi alcalini presenti, che fungono da fondenti, quali gli ossidi di sodio, potassio, ferro, calcio, magnesio (Na20, K20,&nbsp; FeO, CaO,&nbsp; e MgO)&nbsp; rendendo i manufatti cotti a temperature relativamente basse (500\u00b0C) particolarmente resistenti e duraturi, dei veri e propri materiali ceramici. Nel sito archeologico sono state rinvenute due strutture compatibili con dei forni ceramici vista la presenza dei numerosi frammenti presenti nelle vicinanze (figura 3). La prima struttura era una fossa ovale di circa 130 cm x 40 cm con una profondit\u00e0 di 40 cm circa&nbsp; con una parete rialzata&nbsp; a forma di ferro di cavallo, la seconda a distanza di circa 40 m dalla prima misurava 1m di diametro per 60 cm di profondit\u00e0 e risultava anch\u2019essa in parte coperta da una parete in loess. Dalle analisi effettuate sui&nbsp; materiali delle due strutture si \u00e8 avuta conferma che le temperature raggiunte erano comprese tra i 500\u00b0 e gli 800\u00b0C.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Studio delle fratture sui reperti per shock termico<br><\/strong>Come gi\u00e0 riportato all\u2019inizio di questo breve articolo, la Venere fu ritrovata spezzata in due grandi frammenti. Degli oltre diecimila reperti&nbsp; raccolti solo una figura risulta integra e di piccolissime dimensioni. Tale ripetitivit\u00e0 ha suggerito agli studiosi un\u2019indagine pi\u00f9 accurata per verificare se la presenza di tali fratture fosse attribuibile a fatti accidentali, eventi atmosferici, shock termici dovuti a imperizia nei processi di cottura o manifattura oppure nascondesse altre cause. Dagli studi effettuati su questo tipo di materiali mediante ripetuti test \u00e8 stato possibili escludere come cause principali delle fratture: la fessurazione dovuta al ritiro per essiccamento che \u00e8 estremamente bassa (meno del 2%), le fratture meccaniche per percussione che producono&nbsp; frammenti pi\u00f9 lisci non compatibili con quelle degli antichi reperti, le simulazioni di fenomeni atmosferici di gelo e disgelo ossia repentini sbalzi di temperatura. L\u2019unica causa possibile \u00e8 lo shock termico intenzionale al quale sembrano essere stati sottoposti tutti i manufatti, che ricordiamo rappresentano animali e divinit\u00e0 come la nostra Venere.<br>Pi\u00f9 che una probabile imperizia di colui che era preposto alla cottura dei pezzi, si deve considerare la possibilit\u00e0 che l&#8217;obiettivo non fosse quello di produrre ceramiche durature nel tempo ma che lo shock termico durante il processo di cottura fosse voluto e avesse un significato socio culturale e rituale. La pratica dello shock termico sembra essere supportata anche dalla presenza di pareti attorno alla fossa di cottura che fungerebbero da protezione per coloro che partecipavano al rituale (vedi figura 3). Gli artisti che hanno fabbricato queste piccole sculture volevano realizzare dei piccoli idoli che durassero nel tempo o che facessero parte di un rituale legato al fuoco che aveva finalit\u00e0 propiziatorie o divinatorie in funzione della rottura dei pezzi? Anche se&nbsp; probabilmente non riusciremo mai a dare una risposta definitiva a questo affascinante quesito, la ripetitivit\u00e0 e la diffusione della tecnica in molti siti della Moravia avvalora l\u2019ipotesi del rituale.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L\u2019impronta digitale sulla Venere di Dolni Vestonice<br><\/strong>Circa 75 anni dopo il suo rinvenimento, e dopo numerose analisi di varia natura e sempre non distruttive vista l\u2019unicit\u00e0 della scultura, \u00e8 stata rinvenuta un\u2019impronta digitale impressa sulla parte sinistra della schiena. La dimensione di questa impronta di 3x5mm composta da 7 linee \u00e8 stata oggetto di uno studio scientifico pubblicato sulla rivista Anthropologie&nbsp; nel 2002<sup>[7]<\/sup>. Gli autori sostengono che l\u2019impronta sia riconducibile a quella di un bambino di et\u00e0 compresa tra i 7 e i 15 anni, difficilmente identificabile con colui o colei che ha modellato la statuina. A me piace immaginare che anche i bimbi del paleolitico fossero estremamente curiosi e toccassero tutto come ai nostri giorni.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Conclusioni<br><\/strong>Come chimico, come ceramista, come studiosa ho la consapevolezza che molto c\u2019\u00e8 ancora da capire sulla nostra avventura come specie su questa Terra. La conoscenza \u00e8 un viaggio senza fine che ci permette di indagare il mondo in cui viviamo e di contro noi stessi. Una formazione prettamente scientifica non pu\u00f2 escludere un approccio umanistico e viceversa poich\u00e9 le due visioni si completano in sinergia l\u2019una con l\u2019altra.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>BIBLIOGRAFIA<br><\/strong><sup>[1]<\/sup> veneri steatopigie (dalle parole greche&nbsp;\u03c3\u03c4\u03ad\u03b1\u03c1,&nbsp;\u03c3\u03c4\u03ad\u03b1\u03c4\u03bf\u03c2, &#8220;grasso&#8221;, &#8220;adipe&#8221;, e&nbsp;\u03c0\u03c5\u03b3\u03ae, &#8220;natiche&#8221;, quindi &#8220;dalle grosse natiche&#8221;) o&nbsp;callipigie&nbsp;(sempre dal greco&nbsp;\u03ba\u03b1\u03bb\u03bb\u03b9\u03c0\u03cd\u03b3\u03bf\u03c2, composto di&nbsp;\u03ba\u03ac\u03bb\u03bb\u03bf\u03c2, &#8220;bellezza&#8221;, e&nbsp;\u03c0\u03c5\u03b3\u03ae, quindi &#8220;dalle belle natiche&#8221;).<\/p>\n\n\n\n<p><sup>[2]<\/sup> Alan F. Dixson, Barnaby J. Dixson,&nbsp;&#8220;Venus Figurines of the European Paleolithic: Symbols of Fertility or Attractiveness?&#8221;,&nbsp;Journal of Anthropology,&nbsp;vol.&nbsp;2011,&nbsp;Article ID&nbsp;569120,&nbsp;11&nbsp;pages,&nbsp;2011.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><sup>[3]<\/sup> Xiaohong Wu, Chi Zhang, Paul Goldberg, David Cohen, Yan Pan, Trina Arpin, Ofer Bar-Yosef, &#8220;Early Pottery at 20,000 Years Ago in Xianrendong Cave, China,&#8221;&nbsp;Science&nbsp;29, June 2012, 1696-1700<\/p>\n\n\n\n<p><sup>[4]<\/sup> Karel AbsolonThe Diluvial Anthropomorphic Statuettes and Drawings, Especially the So-Called Venus Statuettes, Discovered in Moravia: A Comparative Study Artibus Asiae , 1949, Vol. 12, No. 3 (1949), pp. 201-220<\/p>\n\n\n\n<p><sup>[5]<\/sup> B. Klima, Antiquity 28 (no. 109),4 (1954);<\/p>\n\n\n\n<p><sup>[6]<\/sup> PAMELA B.&nbsp; VANDIVER, OLGA SOFFER, BOHUSLAV KLIMA, AND JIRl SVOBODA&nbsp; The Origins of Ceramic Technology at Dolni Vestonice, Czechoslovakia, Science New Series, Vol. 246, No. 4933 (Nov. 24, 1989), pp. 1002-1008 (7 pages) 24 November 1989, Volume 246,&#8217; pp. 1002-1008<\/p>\n\n\n\n<p><sup>[7]<\/sup> KR\u00c1L\u00cdK, MIROSLAV, VLADIM\u00cdR NOVOTN\u00dd, and MARTIN OLIVA. \u201cFINGERPRINT ON THE VENUS OF DOLN\u00cd V\u011aSTONICE I.\u201d Anthropologie (1962-) 40, no. 2 (2002): 107\u201313.&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"featured_media":705,"parent":454,"menu_order":0,"template":"","format":"standard","categories":[30],"tags":[33],"class_list":["post-476","magazine","type-magazine","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-terra","tag-origini"],"meta_box":{"seleziona_logo":"Invertito","mostra_autore_1":"1","Post_Magazine_Autore1_contenuti":{"post_magazine_foto_autore1":["677"],"post_magazine_qualifica_autore1":"CHIMICO, PHD E CERAMISTA","post_magazine_qualifica_autore_luogo1":"Maddaloni CE Italia","post_magazine_nome_autore1":"Claudia Altavilla"},"Mostra_Autore_2":"0","Post_Magazine_Autore2_contenuti":[],"Post_magazine_Frase_1":"","Post_magazine_Frase_2":"","post_magazine_luogo":"Repubblica Ceca Doln\u00ed Vestonice","post_magazine_box":"","post_magazine_approfondimenti_text":"<p><a href=\"https:\/\/doi.org\/10.1155\/2011\/569120\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Approfondimento 1<\/a><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.sciencemag.org\/content\/336\/6089\/1696\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Approfondimento 2<\/a><\/p>\n<p><u><a href=\"http:\/\/www.jstor.org\/stable\/26292601\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Approfondimento 3<\/a><\/u>.<\/p>\n","post_magazine_didascalie":"<p>Venere di Dolni V\u011bstonice Moravian Museum \u2013 Brno.<br \/>Crediti Foto \"Petr Novak, Wikipedia\"<\/p>\n<p>Riproduzione geografica ad acquerello e localizzazione del sito di Doln\u00ed V\u011bstonice a sud della citt\u00e0 di Brno \u2013 Moravia, Repubblica Ceca<\/p>\n<p>Riproduzione ad acquerello dello schema dei forni rinvenuti<br \/>Acquerelli di Rosalba Di 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